museo antropologico
LA COLLEZIONE. UNA LETTURA VISIVA

Più di cento anni separano le escursioni etnografiche e naturalistiche di Elio Modigliani dalla ricognizione fotografica che Pierpaolo Pagano ha condotto sulle ricche collezioni di manufatti da lui depositate al Museo di Antropologia di Firenze. Un secolo durante il quale le culture e le civiltà visitate da Modigliani si sono in gran parte estinte, e anche la polvere si è depositata sugli oggetti museificati, accellerandone l’inesorabile oblio. Nell’occasione di questa mostra il lavoro di Pagano – prosecuzione e completamento ideale di un progetto già avviato in precedenza1 – si offre a una lettura in parallelo con la produzione fotografica dello stesso Modigliani, espressione di una etnografia nascente e incerta, ancora divisa tra metodo e istantanea. Dal confronto delle due visioni, a dispetto del tempo passato, colpiscono alcune analogie. Similmente a Modigliani, Pagano utilizza il bianco e nero e il medio o grande formato, parzialmente su lastre, il che lascia intuire un processo fotografico comparabilmente laborioso e lento. Il suo lavoro, come sottolinea Cosimo Chiarelli, si presenta “come una ricognizione tipologica di manufatti che esprime, anche per il forte rigore formale, una volontà documentaria e testimoniale, in qualche modo archivistica, salvo poi svelare nel taglio delle immagini e nella loro composizione uno sguardo prepotentemente soggettivo2”. Anche in questo essendo vicino allo scienziato fiorentino. Ispirandosi alle descrizioni didascaliche originali, come per quelle dei “bastoni lignei dei maghi batacchi, decorati con figure umane”, che “in guerra allontanano gli spiriti favorevoli al nemico, in pace liberano i villaggi dagli spiriti maligni”, Pagano crea uno scenario semplice ma efficace, sulla base di focalizzazioni e illuminazioni selettive. Egli ingrandisce i soggetti fotografandoli da una distanza estremamente ravvicinata, taglia materialmente l’immagine dalla pellicola, con gesto apparentemente distruttivo, per ricomporla poi in nuovi accostamenti di dettagli. Ma mentre le abrasioni presenti sui negativi di Modigliani, che a volte contribuiscono al fascino del risultato, non sono volute, ma causate da incidenti tecnici, inesperienza fotografica o cattiva conservazione, il modo di adoperare il mezzo fotografico di Pagano si distingue per le soluzioni formalmente sperimentali, per il suo procedere all’astrazione e alla de-contestualizzazione, i bordi neri diventano allora parti essenziali delle sue immagini e documentano a loro volta il particolare processo visivo e tecnico. Contornati da questi le immagini, soprattutto quelle composte da più di un fotogramma, tendono ad allargare il loro spazio, suggerendo una plasticità palpabile del soggetto. Gli oggetti del museo, ingigantiti nelle fotografie, riprendono volume, se non vita, sorprendono nei loro dettagli, e apparentemente cominciano a respirare con ogni singolo elemento dei loro corpi manufatti. Se le fotografie antropologiche di Modigliani servono, ancora oggi, alla ricontestualizzazione dei suoi oggetti nel Museo, le immagini di Pagano ne raffinano la percezione e tendono a isolarli dal loro contesto abituale, ponendoli in uno nuovo, dove ogni singolo pezzo acquista la nostra massima attenzione. Ma l’originale intento documentario, che Pagano ha in comune con il Modigliani, non viene meno, anzi si ricompone – accentuato – al termine del processo percettivo, emozionale prima che analitico, che avviene nello sguardo dello spettatore. 1. “Antropografie. Percorsi di fotografi nel Museo di Antropologia e Etnologia”, mostra realizzata in occasione del primo festival Firenze Fotografia Duemila, promosso dallo Studio Fondazione Marangoni, Catalogo Edizioni Polistampa, Firenze 2000. 2. Vedi catalogo Firenze Fotografia Duemila, senza paginazione.



Katharina Hausel, Elio Modigliani catalogo della mostra (2002)